Scrivere per capirci

Ride, mi guarda e manda giù un altro sorso di vino. Obiettivo centrato, il ghiaccio tra di noi si è appena sciolto o forse addirittura non c’è mai stato. Ho lasciato il telefono in cucina, non so che ore siano e ho dimenticato di avvisare Sara che non sarei uscita, ma non ho voglia di interrompere la discussione, mi farò perdonare offrendole una birra un altro giorno.
Erica è una macchina, parla così veloce che per i primi minuti l’unico mio interesse e riuscire a capire come faccia a respirare. Tiene tra le dita una sigaretta ma non la porta mai alla bocca, la lascia bruciare in solitudine. Povera cicca, vivere a lungo senza trovare qualcuno che ti voglia tra le sue labbra sembra proprio uno spreco.
Mi racconta del suo lavoro, le piace molto anche se oggi la sua collega idiota le ha rovesciato del caffè bollente su una mano. Parliamo di Marta, di quando si era nascosta sotto quel tavolo arrabbiata perché non poteva avere le scarpe col tacco come sua madre. Un altro bicchiere pieno, un altro brindisi ed un’altra sigaretta accesa destinata a morire sola.
Rientriamo in casa che la bottiglia è vuota.
Mentre appoggio i bicchieri vicino al lavabo Erica si siede sul divano. Mi gira un filo la testa, l’alcool si fa sentire, sono disinibita al punto giusto e lei mi piace. Anche se non ho mai letto la bibbia del “Bravo lavoratore” sono quasi certa che il primo comandamento dica qualcosa tipo “non sedurre il proprio capo”, ma amen. Di genitori a cui servono babysitters ce ne sono a milioni, troverò un’altra bambina con cui procurarmi uno stipendio ed amen. Più la guardo e più sento crescere la voglia di aggiungere un po’ di lei nella lista delle mie esperienze. Mi avvicino al divano e al posto di sedermi in modo composto come aveva fatto Erica mi distendo, poggio la testa vicino alle sue gambe, fisso il vuoto oltre il tavolino di cristallo dove sono appoggiati alcuni giocattoli. “Starai mica male per tre bicchieri di vino vero? Ti facevo più resistente” ride ed inizia ad accarezzarmi la schiena. “Mi sento benissimo” e così dicendo alzo la testa e la poso sulla sua gamba destra mentre lei continua con quelle dolci carezze. Il silenzio che precede le mie intenzioni è sacro, mi permette di sentire i suoi respiri profondi, il flusso di sangue pompato dal cuore che le scorre negli arti. Le mie labbra si avvicinano ai suoi pantaloni neri, si appoggiano lentamente al ruvido tessuto, baciano la coscia dove sono posata mentre terrorizzata aspetto il suo rifiuto. Non arriva. Nessun urlo disgustato, nessun “Che stai facendo, vattene!”, nessuna reazione e io non posso che sorridere. La sua mano continua a scendere dalla mia testa fino al fondo della schiena per poi risalire, movimenti leggeri, delicati. Mi godo quelle coccole dolci, resto così per alcuni minuti, mi riempio l’anima di quelle attenzioni speciali. Le ribacio la gamba nello stesso punto. E ancora: quanto mi piace quel pezzetto di jeans. Prendo coraggio, mi volto e sprofondo i miei lineamenti nella sua canottiera, gliela sollevo e le bacio il ventre tutto, sempre più lentamente sempre più su sino al collo. E lei ferma, non una parola, non un gesto, ha gli occhi chiusi e si gode tutto quello che posso offrirle. Mentre la bacio le mie mani si legano ai suoi fianchi, la spingo verso di me piano come fosse una statua preziosa da portare in salvo. Un altro bacio, sulla guancia questa volta, di quelli lunghi che quasi ci rimango incollata. Poi di nuovo sul collo e il silenzio si rompe per lasciar spazio ad un sospirato gemito. La mia mano destra scivola e si appoggia sulla sua schiena, mi aggrappo alla sua colonna vertebrale, non deve scapparmi via, voglio rimanere qui a baciare il suo corpo per tutta la notte. Apre gli occhi e mi guarda, sorridendo percorre con la punta dell’indice una strada immaginaria sul mio volto, non riesco a muovermi, chissà se sa di essere ancora più bella da così vicino.
Vorrei dirglielo ma la sua lingua è più veloce, penetra le mie labbra ed è come un’iniezione del farmaco che potrebbe curare tutti i mali del mondo. Potesse la vita essere fatta solo di questi momenti.
Ma invece no, la vita è bastarda e un pianto al piano di sopra ci riporta alla schifosa realtà. Era Marta e a quattro anni bisogna perdonarle anche questo. “Si è svegliata, devo andare a vedere come sta, avrà fatto un brutto sogno.” “Io ne stavo facendo uno stupendo invece” le dico ricomponendomi, senza troppa voglia di uscire da quel paradiso. Mi regala un sorriso spontaneo, ma dopo essersi velocemente sistemata mi dà un bacio veloce sul labbro superiore facendomi capire che per questa notte sarà anche l’ultimo. “Domani ti scrivo, potresti cenare qui, chiederò a Marta se le fa piacere.” Sale le scale quasi di corsa raggiungendo quei lamenti disperati. Guardo il telefono, sono le due, faccio ancora in tempo a raggiungere gli altri per una birretta, non ha senso tornare a casa ora per sognare quello che potrò vivere domani sera. Featured image

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1990
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6 risposte a Scrivere per capirci

  1. marcoealtreparole ha detto:

    Bellissimo, delicato, intenso. Mi hai trasmesso tante emozioni.
    Perso nelle tue righe ho rivissuto le sensazioni che provavo per la persona che amavo…. un flashback incredibile, un misto di ricordi belli e di sopiti dolori!
    Complimenti per la tua scrittura.
    Marco

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