Italia, Luglio 2016

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[Dicono Frocio]

Liceo. Primo anno. Testa bassa.
Cuffie all’orecchio, è un’abitudine.
Grida e sorride, tutta la massa.
Compagna de scòla, la solitudine.

Ultimo banco. Attento e rapace.
Studio sui libri de ‘sti pensieri.
A stare con gli altri non sono capace.
Han fogli leggeri. I miei sono neri.

Lo sento. In me. Qualcosa non va.
C’ho ‘na passione sbajata. Malata.
A vorte me dico “Dài, passerà.”
Ma ormai la speranza l’ho abbandonata.

La classe me guarda. Ride. Sghignazza.
‘Sto còre acciaccato è come ‘n’incudine.
Dicono “Frocio” e questo m’ammazza.
Affondo e sprofondo nell’inquietudine.

Mamma, non piagne. Sai, me dispiace.
Sarei qualcun altro, io, volentieri.
Ho dentro ‘na voce sottile, non tace.
E stanno in silenzio i miei desideri.

Oggi è oscurato er sole in città.
‘Sta piccola vita l’ho dimenticata.
Spero la mamma me perdonerà.
Dall’ultimo piano me butto in picchiata.

[Er Farco] Poeti der Trullo

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1990
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